Intervista a don Michele Roselli, direttore dell’Ufficio catechistico dell’arcidiocesi di Torino, a margine del convegno dei catechisti "Catechesi: gaudium?"

«I cinque criteri operativi per mostrare che la fede è vita»

Don Roselli, lei parla di ispirazione «catecumenale »: di che si tratta?

Iniziare alla fede è una questione complessa che richiede un vero tirocinio di vita cristiana. È molto di più che fare catechesi. Richiama la liturgia e la testimonianza della vita. È questo il quadro di consapevolezza al cui la Chiesa italiana è arrivata. Siamo in un contesto di «fine del catecumenato sociale», in una società secolarizzata. Questo significa, per esempio che non possiamo più strutturare l’iniziazione cristiana delle parrocchie come se fosse «una cosa per bambini» e pensare la catechesi in parallelo rispetto alla vita scolastica. Propongo cinque criteri operativi

Quali?

Andare con pazienza e continuamente al cuore del Vangelo, puntare su un’esperienza di vita cristiana che non sia solo «spiegazione della fede», camminare con gli adulti, i bambini e i ragazzi, recuperare la dimensione comunitaria dell’iniziazione cristiana, oltre la delega ai soli catechisti, avere la disponibilità a reimparare il Vangelo insieme a coloro che si accompagnano. La fede si apprende «a spec- chio», attraverso un «bagno di vita ecclesiale» che riguarda tutta la comunità cristiana.

Qual è il ruolo della liturgia?

Si tratta di un ruolo centrale. La liturgia insieme alla catechesi è uno degli ingredienti della iniziazione alla vita cristiana: comporta l’esperienza quotidiana nella famiglia, avviene attraverso un percorso di tappe celebrative, prende corpo e forza in una vita di carità. Non è una questione di strategia ma è una questione spirituale che riguarda anzitutto la Chiesa: la comunità, mentre genera alla fede, è rigenerata.

Lei viene da Torino, la città dei “santi sociali”: hanno ancora qualcosa da dirci?

Certamente. La loro grande lezione è la capacità di abitare il mondo, non di separarsene o di costruirne uno ideale, ma di abitare quello nel quale sono vissuti, per esserne lievito, come nell’immagine evangelica: i santi hanno il merito di mostrare la fede incarnata.

Ha in mente alcuni esempi concreti di iniziazione cristiana che possono essere portati ad esempio di rinnovamento?

Ci sono esperienze in Italia che valorizzano la liturgia per una “catechesi con i cinque sensi”. Oppure, a Torino c’è il Semig un’esperienza caritativa che per alcuni gruppi può essere un punto di partenza. Si tratta di interrompere il pensiero che “si tratta prima di spiegare la fede, poi di viverla”.

Nella stragrande maggioranza dei casi la catechesi è affidata al laicato: i laici sono pronti a questi cambiamenti?

Non esiste un laicato pronto e uno no: dipende dalla Chiesa. Più che “formiamo i laici”, io propongo: “formiamoci con i laici”, per affrontare le sfide di una Chiesa ministeriale.