
Don Marco Andreotti e don Eros Benassi
L’Arcivescovo Erio Castellucci presiederà il rito di ordinazione sacerdotale dei diaconi Marco Andreotti ed Eros Benassi, che sarà celebrata sabato 5 settembre, alle 20.30, nella Cattedrale di Modena.
Marco, originario della parrocchia di del Santissimo Crocefisso (Santa Caterina) classe 1989, è entrato in Seminario nel 2019 ed è stato ordinato diacono il 29 ottobre 2025 a Formigine. Oltre alla vita comunitaria in Seminario e allo studio di Teologia, ha prestato servizio in alcune comunità parrocchiali e nell’ambito della carità e ha vissuto un’esperienza missionaria nell’Amazzonia brasiliana.
Eros, classe 1960, originario della parrocchia di Magreta, è stato ordinato diacono nel 2012. Ha ricoperto diversi incarichi in Arcidiocesi, tra cui direttore del Servizio Caritas e responsabile della Consulta diocesana degli organi socioassistenziali.
Marco presiederà le sue prime celebrazioni eucaristiche domenica 6 settembre, alle 10, nella chiesa di Santa Caterina, e domenica 13, alle 11, a Formigine.
Eros presiederà le Messe di domenica 6 settembre, alle 11.15, a Campogalliano, e martedì 8, alle 18 a Magreta.
L’Arcidiocesi, con l’ordinazione di due presbiteri sabato 5 settembre, don Eros Benassi e don Marco Andreotti, vivrà un evento importante per la vita della nostra chiesa, e anche un invito a comprendere la figura del sacerdote e pastore di una comunità. L’essere pastore, il modo di vivere la carità pastorale è l’immagine che maggiormente contraddistingue il presbitero, nella comprensione della gente. Il “buon pastore” è colui che guida le persone accompagnandole su una strada che lui stesso sta percorrendo. Si fa carico della responsabilità di condurre al Signore coloro che Lui gli ha affidato. Missione che il sacerdote realizza stando in mezzo al suo popolo, che aiuta il presbitero a ricordare la sua vocazione e il suo essere mandato, nonché richiamato a viverla in profondità e in pienezza. Se un sacerdote dimentica questo, facilmente cadrà nella «malattia della schizofrenia esistenziale».
Cioè, «la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete» (Francesco, Discorso per gli auguri natalizi alla Curia Romana, 22 dicembre 2014).
Ricorda sempre papa Francesco che i pastori sono costituiti per prendersi amorevolmente cura del popolo di Dio, per provare, “compassione”, per le sue vicende; come Gesù ha fatto durante la sua vita terrena, i presbiteri-pastori sono chiamati a farsi prossimi agli uomini, soprattutto alle loro miserie, alle loro sconfitte e alla loro disperazione, per far sentire con la sua sola presenza che Dio non abbandona nessuno e non si allontana da nessuno, perché Egli «ha un cuore misericordioso! E se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona», ( Angelus, 9 giugno 2013). Per viver così il suo servizio, il presbitero ha necessità di restare intimamente unito a Cristo, per essere un pastore secondo il suo cuore e che parla in suo nome. Nulla di eccezionale, nulla di eroico, un cammino che si compie attraverso la cura del suo essere discepolo e del vivere la carità pastorale.
I sacerdoti sono certamente un dono che Dio fa alla sua Chiesa e alla società in mezzo alla quale operano come pastori. Nell’obbedienza al vescovo e nel servizio ad una comunità, consapevole di essere sempre allo stesso tempo pastore e discepolo ogni sacerdote può vivere così il suo ministero con gioia anche nelle inevitabili difficoltà, grati per la vocazione ricevuta, e di essere un dono dell’amore di Dio, fatto alla Chiesa e alla gente che gli è affidata.
