“Geminiano non ha viaggiato per se stesso, ma per gli altri”

Le sculture frontali sull’architrave della Porta dei Principi o del Battesimo, in questo Anno giubilare Porta Santa, rappresentano sei scene della vita di San Geminiano, relative in particolare al suo viaggio in Oriente per guarire la figlia dell’imperatore Gioviano. Nella prima, da sinistra, Geminiano segue un soldato a cavallo che lo guida verso Costantinopoli; nella seconda il vescovo naviga verso la capitale dell’Impero, impegnato nella lotta contro una tempesta; poi, nella scena seguente, guarisce la figlia dell’imperatore posseduta dal demonio, quindi riceve i doni dall’imperatore, riprende la strada del ritorno e nell’ultima scena muore. Sono sei scene molto movimentate. Il viaggio di andata sulla terraferma, la traversata in mare, la scena di esorcismo, il viaggio di ritorno e infine l’ultimo e supremo viaggio, la morte. L’esistenza di San Geminiano, arricchita dalle leggende che lo riguardano, è stata un grande viaggio”. Così  ha iniziato l’omelia, la sua prima nella festa del patrono, il vescovo Erio Castellucci. Concelebrando con

mons. Lino Pizzi, vescovo di Forlì-Bertinoro, il vescovo emerito di Smirne  mons. Germano Bernardini, mons. Ignazio Bedini, vescovo  emerito  di  Ispahan dei Latini, mons. Eugenio  Binini, vescovo emerito  di Massa Carrara – Pontremoli, ha presieduto la celebrazione a  cui erano presenti  anche le autorità civili e militari, che ha salutato all’ingesso. Il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli, il sindaco di Pontremoli, Lucia Baracchini e il sindaco  di San Gimignano Giacomo Bassi.

“Accettando di compiere il viaggio  – ha concluso il Vescovo – non solo con gli altri, ma anche per gli altri, noi ci complichiamo la vita; ma ce la complichiamo per amore, perché sappiamo di non essere delle isole, perché intendiamo mettere i nostri doni – pochi o molti che siano – a servizio dei fratelli. Il giovane Geminiano, quando seppe che volevano farlo vescovo dopo la morte di Antonino, si nascose tra i boschi di Saliceta: inutile tentativo, perché fu scovato e costretto ad accettare. Gli incarichi di responsabilità, in tutti i campi, destano timore, poiché prestano il fianco a critiche e accuse e rendono vulnerabili; per questo richiedono grande libertà interiore e dedizione disinteressata: conquiste mai del tutto raggiunte. E richiedono soprattutto di mettersi dalla parte dei deboli, delle folle stanche, di coloro che sono più esposti alle ingiustizie. Richiedono, come ho provato a dire nella Lettera alla Città, di considerare sempre l’essere umano prima delle categorie a cui appartiene, di mettere sempre il sostantivo “persona” prima di ogni aggettivo. Se un’autorità qualsiasi, anziché “debole con i deboli” – come chiede San Paolo – si facesse “forte con i deboli” o “debole con i forti”, contraddirebbe il suo compito fondamentale, che è quello di riportare e assicurare la giustizia. La “compassione” che prova Gesù, di fronte alle folle stanche e sfinite, non è alternativa alla giustizia, ma ne è l’anima: compensa quella debolezza che spesso rende impossibile agli ultimi di far valere i loro diritti”.

 

In allegato il testo integrale del saluto  e dell’omelia