La decima parola. non desiderare la cosa del tuo prossimo

 
L’ultima delle dieci parole, non desiderare la cosa del tuo prossimo, è stata al centro dell’incontro di sabato 16 gennaio, nell’aula magna dell’Istituto superiore di Scienze religiose “B. C. Ferrini”. Il testo di riferimento della lezione di quest’anno è “Dio allora pronunciò tutte queste parole:«Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Esodo 20, 1. 17)”.
Marco Coltellacci, commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo, ha fatto gli onori di casa, sottolineando la presenza di numerosi esponenti della Comunità ebraica modenese, segno di un’amicizia cittadina che ha voglia di crescere.
Ricordando mons. Lanfranchi, sempre attento al tema del dialogo, rav Goldstein ha sottolineato la vigila della visita di Papa Francesco al Tempio maggiore di Roma, per la giornata di incontro e studio sull’ultimo comandamento e sui problemi che pone.
ha dato inizio all’incontro con una riflessione sul metodo: ci sono due vie ogni volta che si studiano due cose: la prima, cercare le similitudini, metodo più simpatico, ma riduttivo. L’altra via consiste nel vedere le differenze e capire i due modelli. Ho scelto la via comparativa per capire le peculiarità delle visioni del comandamento.
Sembra che la proibizione della decima parola si rivolga al desiderio di una persona, al sentimento. Non fare o non fare. Si pone nella sfera interiore dell’uomo. L’ottica in cui si legge il Pentateuco è quella del precetto, la Mitzvah: qui si dice che cosa fare o non fare, precetti positivi o negativi. Più difficile è il campo di cosa sentire o no. Ulpiano affermava: cogitationis pena nemo patitur: non c’é pena su quanto una persona pensa. Come si capisce quindi in ottica ebraica questo comandamento? Esodo e Deuteronomio danno due versioni diverse dei comandamenti, i testi usano due espressioni differenti: non desiderare e non concupire. Sono sinonimi o anche da qui si trae un insegnamento? Rav Goldstein ha poi posto un’altra questione di metodo, nello studio della Torah: nello sviluppo degli studi ebraici, l’autorità dei commentatori più antichi é maggiore di quella dei più moderni. Non si possono contrastare le versioni stabilite. Casomai è possibile svilupparle o vedere se si possono applicare a un caso determinato. Se esce un’interpretazione moderna della Legge, va confrontata con quelle codificate.
Umberto Moshe David Cassuto ha scritto un commento moderno, in cui, per questo passo, afferma che l’uomo é soggetto non solo ai divieti di commettere adulterio e prendere i beni, ma anche di desiderare. Non perchè si corre il rischio che il desiderio porti all’azione, ma perché i desideri invadono lo spazio altrui, implicano sentimenti negativi. Quindi il non desiderare ha valenza autonoma, é un precetto che si rivolge all’uomo nella sfera del suo pensiero.
Questo coincide con l’interpretazione tradizionale del pensiero? Ho preso il Talmud, il mare del Talmud – non si pretende che un ebreo lo conosca tutto, ma che vi sappia navigare – scritto tra il 200 e il 500 dell’era volgare, in aramaico. Intorno ci sono commenti, sviluppati nelle terre del Reno dai glossatori, detti “tosafot”. Qui troviamo un’opinione forte e agli antipodi di quella moderna: il non desiderare é una proibizione aggiuntiva al non rubare e si sottolinea la gravità dell’azione con due divieti. Maimonide invece, saggio sefardita vissuto tra Marocco ed Egitto, di questo divieto dice che in verità sono due precetti diversi. Occupare i pensieri escogitando espedienti per impadronirsi di beni altrui è un precetto rivolto all’uomo nella sua azione. La differenza con il non rubare sta che la persona desidera una cosa così tanto da costringere addirittura colui che la possiede a dargliela. Significa mettere in atto espedienti tali da costringere la persona a cedere quello che non vuole. Questa é cosa grave e quindi non si proibisce solo l’atto, ma anche il desiderio come forma di prevenzione, è la proibizione di concentrare i pensieri sul desiderio di cose altrui. Se anche Maimonide la interpreta come proibizione del desiderio che porta a qualcosa, il solo pensiero non é proibito.
Non si indaga il perché di precetto, ma l’attenzione è al pensiero. Se pensiamo alle indicazioni per Pesach, la pasqua, lo scopo del precetto é ricordare di generazione in generazione l’esodo, ma non lo si lascia alla singola sensibilità, si formula come ricordare in maniera dettagliata. Nell’ottica talmudica il cuore segue l’azione, la sfera interna segue la sfera esterna. Le cose fatte negative allontanano, le positive avvicinano a Dio. Il precetto è dunque rivolto a una cosa concreta, perché é il fare che determina l’uomo, quindi si cololegano i precetti a qualcosa che riguarda l’azione. Se non ci sono cose concrete a manifestarlo, un ricordo interno svanisce. La ripetizione dei gesti nel ricordo dell’esodo aiuta le persone a ricordare con l’azione
Ecco perché i commentatori medievali preferiscono spiegare il desiderio legato all’azione e non nel modo più moderno del solo pensiero.